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Curiosità e Storie

Come si chiamava la scarpa più amata del Rinascimento? Il nome curioso rimasto nei libri di moda

📅 20 Agosto 2026✍️ di Letizia Brambilla⏱️ 5 min di lettura

Chi ama le scarpe sa che ogni forma racconta un’epoca. Cresciuta tra forme di legno e carta da modelli nel laboratorio di mio padre, ho imparato che certi nomi sopravvivono perché evocano stile, artigianato e un pizzico di audacia. Oggi rispondo alla domanda che affascina i curiosi della moda: qual era quel modello rinascimentale tanto amato da dame e viaggiatori, diventato proverbiale nei manuali di costume?

Qual era il nome della scarpa simbolo del Rinascimento e perché se ne parla ancora?

La risposta breve: si chiamava “chopine”, un sandalo rialzato a zeppa, soprattutto veneziano, che divenne status symbol nel Cinquecento. Le chopine alzavano di molto la statura, proteggevano gli abiti dal suolo e comunicavano rango sociale a colpo d’occhio. Il loro nome curioso è rimasto nei libri di moda perché unisce funzione, spettacolo e identità cittadina.

Nata come calzatura pratica per tenere lontani fango e acqua salmastra, la chopine evolse in pezzo scenografico, fino a raggiungere altezze vertiginose. A Venezia era il distintivo delle nobildonne; in Spagna la si chiamava “chapín”, mentre in Italia poteva comparire accanto alle “pianelle”, termine più generico. Citata da cronisti e pittori, divenne presto un’icona, ponte tra quotidiano e rituale sociale.

A cosa servivano le chopine e perché erano così alte?

Le chopine servivano a proteggere gli abiti lunghi e costosi, rialzando chi le indossava sopra il livello di strade umide e sporche. Diventarono alte perché l’altezza era letta come ricchezza: più sughero o legno, più prestigio. Il risultato era una silhouette imponente e un passo misurato, idealizzato nei ritratti di corte.

In città portuali come Venezia, il pavimento bagnato era una costante, e la calzatura rialzata risolveva un problema pratico. Ma il Rinascimento trasformò il bisogno in virtù estetica: lo slancio verticale allungava la figura, faceva ondeggiare le gonne come onde sul Canal Grande e metteva in scena la potenza economica delle famiglie. Le cronache raccontano di servitori pronti a sostenere la dama, rendendo visibile la gerarchia domestica ad ogni passo.

Quanto potevano essere alte e con quali materiali erano costruite?

Le chopine potevano variare da 10 fino a oltre 40–50 centimetri nelle versioni più spettacolari. La struttura era quasi sempre una zeppa piena in sughero o legno, rivestita di pelle, velluto o broccato, con lacci o listini per fissare il piede. La scelta dei materiali dichiarava il potere economico della famiglia.

Il sughero, leggero e resistente, era frequente nella manifattura veneziana, mentre il legno permetteva lavorazioni più scultoree. Il rivestimento in tessuti preziosi richiamava i colori della sopravveste; ricami e frange completavano l’insieme. Non mancavano soluzioni ibride: cuoio per la calzata, sughero stratificato per l’altezza, suola in pelle per l’aderenza. L’oggetto finale era tanto tecnico quanto ornamentale, frutto di botteghe specializzate e di saperi tramandati nelle Corporazioni di arti e mestieri.

Chi poteva indossarle e quali regole le limitavano?

Le chopine furono soprattutto appannaggio di nobildonne e mercantesse di alto rango, specie a Venezia e in Spagna. Non mancavano ordinanze che ne limitavano l’altezza e il fasto, per evitare eccessi considerati pericolosi o immorali. Queste restrizioni rientravano nelle cosiddette Leggi suntuarie, pensate per regolare il lusso pubblico.

Tra Cinque e Seicento i consigli cittadini intervenivano periodicamente, fissando centimetri massimi e vietando certi rivestimenti. La norma, però, era spesso aggirata: bastava cambiare sarto o scegliere colori meno appariscenti. Il confine tra decoro e vanità diventava terreno di negoziazione, e le calzature finivano per essere un linguaggio codificato di appartenenza sociale, più eloquente di qualsiasi stemma.

Come si camminava con le chopine e quali abiti si abbinavano meglio?

Si camminava lentamente, con passo corto e caviglie stabili, spesso assistite da una dama di compagnia o da un servo. L’andatura misurata era parte del fascino: rendeva la figura solenne, quasi cerimoniale. Gli abiti ideali erano gonne ampie, sopravvesti ricche e mantelli capaci di cadere a colonna.

Dal punto di vista tecnico, la stabilità veniva dalla zeppa piena, più prevedibile del tacco sottile. La calzata serrata da lacci aiutava a tenere il piede fermo; la suola, liscia ma non scivolosa, richiedeva comunque attenzione su pietra bagnata. Nelle sale da ricevimento, la lentezza diventava stile: il ventaglio si muoveva in sincronia con l’orlo, mentre il busto rimaneva diritto, valorizzando il profilo. Se dovessi abbinare oggi un’eco di chopine, sceglierei un abito midi strutturato e una zeppa platform dal taglio pulito, lasciando parlare le proporzioni.

Esistono eredi moderni delle chopine nella moda contemporanea?

Sì: le piattaforme e le flatform riprendono l’idea della zeppa piena che slancia senza inclinare troppo il piede. Anche i sandali a zeppa in sughero estivi sono un’eredità diretta nella scelta dei materiali. Sulle passerelle, l’eco si vede in creazioni spettacolari che giocano con volume, altezza e teatralità.

Dagli anni Settanta al revival attuale, la platform è ricomparsa con ciclica regolarità, adattandosi a gusto e tecnologia. Le maison contemporanee esplorano sugheri tecnici, bio-based e legni alleggeriti; la tomaia combina nappa morbida, velluti sostenibili e microfibra. Il messaggio resta simile: personalità e presenza scenica. Per chi le indossa nel quotidiano, la chiave è l’equilibrio tra altezza e stabilità, con plantari ben sagomati e pesi contenuti.

Come riconoscere una chopine autentica in museo o in asta?

Una chopine autentica mostra una zeppa piena stratificata, spesso in sughero, con rivestimenti tessili cuciti a mano e segni coerenti d’uso ai bordi inferiori. Le proporzioni sono massicce ma armoniche, e la calzata è pensata per restare aderente. Documentazione di provenienza e confronti con esemplari museali completano la verifica.

Nei musei italiani e spagnoli si notano varianti regionali: alcune più cilindriche, altre a profilo trapezoidale. In asta, diffidate da rivestimenti troppo nuovi su strutture antiche: il restauro è comune ma deve essere dichiarato. Dettagli da esperti includono il filo di cucitura, la chiodatura interna e la compattezza del sughero d’epoca. Per i collezionisti, l’attrattiva cresce quando esiste un legame documentato con un guardaroba nobiliare o con una bottega storica.

Domande rapide

Perché si chiama chopine? Probabile adattamento dal “chapín” spagnolo, diffuso poi nelle botteghe veneziane.

Era comoda? Relativamente: stabile in interno, impegnativa su pavimentazioni irregolari.

Si indossava con calze? Sì, in seta o lana fine; la calza completava la calzata e assorbiva umidità.

Esistevano versioni economiche? Certo: legno semplice e rivestimenti poveri per ceti medi e uso pratico.

Come curarne l’eredità oggi? Scegli zeppe leggere, tomaie traspiranti e alterna altezze per il benessere del piede.

Letizia Brambilla

Letizia Brambilla ha ereditato la passione per le calzature dal padre, modellista e disegnatore, e ha lavorato per anni nell'ambito della consulenza retail. Oggi racconta storie di famiglie del settore e suggerisce consigli su scelta, cura e abbinamenti raffinati.

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